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mercoledì 14 settembre 2011

manuale alla fotografia digitale: 5 Filtri per gli obiettivi

Con l'avvento della fotografia digitale e dei software di fotoritocco, i filtri hanno perso un po' della loro magia e nella vita di molti fotografi, sono stati sostituiti da cursori e pulsanti. Tant'è che molti fotografi del terzo millennio, specie quelli che si avvicinano per la prima volta ad una reflex, identificano i filtri con i vetri che servono a proteggere i costosi obiettivi, relegandoli ad un ruolo che poco si addice alle loro reali potenzialità. 
Ma come è vero che molti effetti sono perfettamente riproducibili al computer, in fase di post produzione, o addirittura già al momento dello scatto scegliendo tra le diverse impostazioni della macchina, è altrettanto vero che ci sono alcuni risultati che sono possibili solo con l'utilizzo del filtro giusto ed è per questo che alcuni fotografi, né nostalgici, né snob, né imbranati col pc, ma solo consapevoli dei risultati che possono ottenere, non escono mai senza avere il loro set in borsa. 
In questo articolo analizzeremo i filtri più comuni, il loro utilizzo e fino a che punto possono essere tranquillamente sostituiti dal computer. Cominciamo vedendo come agganciarli davanti al nostro obiettivo. Filtri a vite o filtri a lastra?




I filtri a vite, come dice il nome, si avvitano sulla filettatura frontale del nostro obiettivo senza pregiudicarne la maneggevolezza e consentono il normale utilizzo del paraluce. Possono tranquillamente essere montati in serie (uno sull'altro) permettendoci diverse combinazioni ma bisogna stare attenti a non esagerare con lo spessore perché potremmo rischiare di inquadrarne il bordo ai margini del fotogramma (specialmente sui grandangoli). 
Il grosso limite dei filtri a vite è che hanno un diametro fisso e quindi se cambiamo obiettivo, ed il diametro non corrisponde, il filtro non è più utilizzabile. Esistono degli anelli adattatori (da filtro grande ad attacco piccolo) ma sono scomodi e pregiudicano l'utilizzo del paraluce. I filtri a lastra, sono generalmente meno conosciuti e considerati molto più specialistici di quello che non sono nella realtà. Potrebbero essere anche utilizzati a mano, tenuti davanti all'obiettivo, ma per un uso più pratico ed efficace vengono inseriti in un porta filtri che si monta davanti all'obiettivo tramite un anello adattatore. Rispetto a quanto detto per i filtri a vite, nel caso di cambio di obiettivo, sarà sufficiente cambiare il solo anello adattatore mentre tutto il resto del sistema (filtri e porta filtri) resterà lo stesso. 
Comunque il vero vantaggio di un sistema di filtri a lastra è legato per lo più all'utilizzo dei filtri ND graduati, di cui parleremo in seguito. Ad ogni modo, una volta compreso il campo di utilizzo dei diversi filtri, potremo scegliere il sistema di aggancio più adatto alle nostre esigenze fotografiche. Ora passiamo ad analizzare i principali tipi di filtro in commercio.

I filtri protettivi 


Sono filtri neutri che hanno il solo compito di interporre una protezione tra il mondo esterno e la lente frontale dell'obiettivo. C'è chi li utilizza solo in condizioni estreme perché reputa che qualsiasi cosa di aggiunto davanti all'obiettivo possa pregiudicarne la resa e chi li utilizza sempre perché ritiene che un filtro di buona qualità non pregiudichi il risultato prodotto dall'ottica su cui è montato. C'è del vero in entrambe le linee di pensiero. Comunque un filtro di buona qualità ha una trasmissione della luce oltre il 99% ed un trattamento superficiale tale da limitare al minimo i riflessi e quindi una perdita qualitativa davvero impercettibile. Per questo la maggior parte dei fotografi opta per montarne uno, se non sempre, almeno nelle situazioni più rischiose.


UV e Sky light 



Sono filtri che bloccano le frequenze ultraviolette ed aiutano nelle situazioni in cui i raggi UV sono molto forti, come in montagna o al mare, a mitigare la generale sensazione di foschia restituendo brillantezza e calore ai colori. Poiché non hanno particolari controindicazioni vengono utilizzati molto spesso in sostituzione dei semplici protettivi. Nell'era dei sensori digitali c'è la tendenza a preferire l'UV rispetto allo Skylight (che ha una leggera dominante rosa).


Colorati


Questi filtri aggiungono all'immagine una dominante colorata e possono essere utilizzati sia per creare effetti artistici molto esagerati sia, in modo più naturale, per compensare o enfatizzare le tonalità di una scena. Per quest'ultimo scopo i due tipi più utilizzati sono i "warming" ed i "cooling" (riscaldanti e raffreddanti) nei diversi gradi d'intensità. Nell'esempio successivo vediamo come influiscono (riscaldando o raffreddando) sulla temperatura colore di una scena.



Questi tipi di filtro sono facilmente riproducibili direttamente al momento dello scatto, agendo sul bilanciamento del bianco, o in seguito in post produzione se ci accorgiamo che il risultato non ci soddisfa del tutto. Seppur apparentemente un contro senso, i filtri colorati vanno molto d'accordo anche con il bianco e nero, permettendo di enfatizzare determinate tonalità dell'immagine (cielo, alberi, pelle, capelli, ecc..)
Anche in questo caso sono facilmente applicabili sia al momento dello scatto con le impostazioni di molte fotocamere sia in post produzione. Prima di utilizzarli direttamente al momento dello scatto è utile capire come modificano i toni. Nel dubbio, è preferibile applicarli in seguito al computer. Vediamo nell'immagine d'esempio come cambia la tonalità dell'incarnato o dei capelli a seconda del filtro applicato.



IR (infrarosso) 

Appartengono anche loro alla famiglia degli inibitori di frequenze e, facendo passare solo alcune lunghezze d'onda, modificano in modo sostanziale i colori, rendendoli davvero interessanti da un punto di vista artistico. Si scontrano un po con i filtri anti-IR presenti sui sensori, tant'è che chi vuole fare seriamente fotografia ad infrarosso pensa anche ad una modifica diretta del sensore per ottenere risultati ottimali. 
Seppur complesso ed approssimativo, l'effetto è riproducibile anche in post produzione con i software di fotoritocco.




Creativi 

Ci sono molti filtri che creano effetti particolari come gli star, i soft, i multiply, ecc. e per la maggior parte sono riproducibili con più o meno sforzo al computer, in post produzione. Ad ogni modo, se non si ha voglia o tempo di stare davanti al monitor del pc per ricrearli, questi filtri non costano molto e può valere la pena di provarli.


Polarizzatore



Il filtro per eccellenza, il più rispettato da qualunque fotografo anche se non lo consce bene, non lo usa o non ne sente l'esigenza per il tipo di foto che fa. Il polarizzatore riesce magicamente a bloccare la luce riflessa dalle superfici come vetro o acqua restituendo i colori e consentendo di vedere attraverso la superficie. Permette anche di ravvivare i toni del cielo assorbendo la luce riflessa dal vapore acqueo presente nell'aria. 
Il filtro polarizzatore è l'unico filtro che non è possibile applicare in post produzione e ne esistono di due tipi, circolare e lineare. Esteticamente e funzionalmente simili, differiscono nel modo in cui agiscono sulle lunghezze d'onda e, senza entrare in tecnicismi, per non creare problemi agli esposimetri delle moderne reflex si deve utilizzare il polarizzatore circolare. Venduto quasi esclusivamente nella versione a vite (si può trovare a lastra ma è davvero scomodo da utilizzare), è composto da due parti: quella posteriore, che si avvita sull'obiettivo e quella anteriore, che ruota liberamente a 360 gradi per premettere di trovare l'effetto desiderato. Il massimo effetto polarizzante si ottiene quando la luce è laterale rispetto al punto di ripresa e, poiché le condizioni di luce variano da scatto a scatto, il filtro polarizzatore va regolato (ruotandolo) per ottenere l'effetto di assorbimento desiderato. 


Da tenere presente che, proprio per questo suo funzionamento, l'utilizzo del polarizzatore con obiettivi che hanno la lente frontale che ruota durante la messa a fuoco, risulta molto scomodo. Un altro limite del polarizzatore, dovuto sempre alle sue caratteristiche intrinseche, emerge nell'utilizzo delle ottiche grandangolari spinte che, avendo un campo visivo particolarmente ampio (>90°), non permettono un effetto polarizzante omogeneo su tutta la scena inquadrata perché l'incidenza della luce varia significativamente da un lato all'altro del fotogramma. Nelle immagini che seguono, possiamo apprezzare l'effetto del polarizzatore sull'acqua e sul vapore acqueo presente nell'aria.


ND (neutral density) 


Un semplice filtro grigio che non inserisce alcuna dominante cromatica (neutro per l'appunto) ma ha solo il compito di assorbire la luce. Mettere un ND da 1 stop davanti all'obiettivo ha lo stesso effetto di dimezzare il tempo d'esposizione ma ci sono molte condizioni in cui non possiamo o non vogliamo ridurre il tempo di scatto ed è uno dei motivi principali per cui ritroviamo gli ND nelle borse di molti fotografi. Da un punto di vista tecnico, il filtro ND è facilmente riproducibile al computer perché, di fatto, genera una semplice riduzione dell'esposizione. Quello che non è sempre riproducibile in post produzione è l'effetto artistico che si può produrre aumentando il tempo di esposizione al momento dello scatto. Nelle immagini seguenti vediamo come un tempo d'esposizione prolungato da "vita" all'acqua creando la sensazione di movimento.





NDG (neutral density - graduated) 


Gli NDG sono esattamente come gli ND ma "lavorano" solo su una parte del fotogramma. A seconda di come avviene la transizione tra la parte scura e quella chiara, si dividono in "soft edge" (transizione morbida), "hard edge" (transizione netta) e "reverse grad" (doppia transizione, netta verso il centro e molto morbida verso il bordo del filtro). Esistono sia nella versione a vite che in quella a lastra ma quella a lastra è nettamente più utilizzata e versatile, in quanto consente di spostare la linea di transizione nel punto del fotogramma che preferiamo. In quelli a vite la transizione sarà sempre nel mezzo condizionando le possibilità di composizione dell'inquadratura. 


I filtri ND graduati sono particolarmente apprezzati dai fotografi paesagisti ed i loro risultati possono essere interamente riprodotti al computer solo con tecniche avanzate come la multi esposizione o l'HDR. Ma quando servono? E perché può essere utile dividere la scena, filtrandone solo una parte? Rispondiamo a queste domande analizzando delle tipiche situazioni fotografiche, i problemi che comportano e come i filtri NDG possono aiutare il fotografo. 
Ci sono situazioni in cui fotografiamo soggetti che presentano differenze di luminosità (gamma dinamica) abbastanza contenute e comunque nei limiti delle possibilità di latitudine del sensore (circa 8EV). Osserviamo come l'istogramma dell'esempio qui sotto riporta valori tendenti al centro che indicano una bassa gamma dinamica ed un utilizzo del sensore "entro i limiti". 



Al contrario, ci sono altri casi in cui la gamma dinamica del soggetto è superiore a quella registrabile dal sensore e non riusciamo a registrare tutta la scena, ritrovandoci inevitabilmente con zone, chiare o scure, prive di dettaglio. Nell'esempio un tipico tramonto in cui possiamo osservare un istogramma con picchi forti ai margini destro e sinistro che rappresentano rispettivamente le alte luci e le ombre. 
Le zone al margine dell'istogramma non presentano più dettaglio e sono praticamente bianco pieno e nero pieno. 


In condizioni come quella appena descritta possiamo scegliere se scattare tenendo un valore medio, privilegiare la parte scura trascurando le alte luci o privilegiando la zona chiara chiudendo le ombre (come accade nelle silhouette). Di seguito alcuni scatti puramente esemplificativi e senza alcuna pretesa artistica.. 






Se non siamo soddisfatti della scelta al momento dello scatto, con un software di fotoritocco e magari scattando in RAW, abbiamo comunque la possibilità di recuperare qualcosa anche in post produzione, sia agendo sull'esposizione totale, sia agendo solo su una parte del fotogramma, come se avessimo montato un filtro ND graduato. Riprendiamo il nostro scatto con esposizione media ed osserviamo l'istogramma. 
Possiamo vedere come sia la zona di destra che quella di sinistra sono popolate fino al margine. Da questo possiamo dedurre facilmente che nella foto sono presenti zone senza dettaglio sia chiare che scure. 


Ipotizzando che non vogliamo solo recuperare le zone chiare o quelle scure (intervenendo sull'esposizione complessiva) ma vogliamo recuperare il più possibile, possiamo agire solo sulla parte chiara del cielo (come avremmo fatto con un filtro davanti all'obiettivo al momento dello scatto) per ridurre la gamma dinamica presente nell'immagine. Quindi, con il programma di fotoritocco, simuliamo un filtro NDG hard edge di 1,5 stop, posizionato sulla linea dell'orizzonte, che agisce quindi sul nostro cielo. 

Il risultato non è male ed abbiamo recuperato buona parte dei dettagli del cielo e delle nuvole senza influire sulla parte inferiore del fotogramma. Il problema è che alcuni dettagli del cielo sono andati irrimediabilmente persi perché il sensore, anche scattando in raw, riesce a registrare circa uno stop di margine. Questo significa che un'applicazione di un filtro digitale più forte porterebbe solo ad un progressivo "ingrigimento" dei bianchi ma non gli ridarebbe dettagli che il sensore non è stato in grado di catturare. Stesso discorso vale per le ombre. 
Nel prossimo esempio utilizziamo un filtro ND graduato, dello stesso valore (1,5 stop), al momento dello scatto per ridurre la gamma dinamica a monte, permettendo così al sensore sia di registrare più dettagli, sia di lasciarci ancora il margine (1 stop) per successivi interventi in post produzione per un aggiustamento fine. 


Come possiamo osservare dal dettaglio di confronto qui sotto, a parità di fattore filtrante (1,5 stop) l'NDG rispetto al computer ci permette di conservare maggior dettaglio sia nelle alte luci che nelle ombre perché la riduzione di gamma dinamica a monte ha consentito al sensore di lavorare più entro i suoi limiti fisici. 



Siamo giunti alla fine di questo breve viaggio nel mondo dei filtri che, sebbene non esaustivo, ci ha fatto conoscere più da vicino questo accessorio dal sapore di passato e magari ha offerto anche degli spunti per sperimentare qualcosa di diverso nelle prossime uscite con la macchina al collo. 

I filtri fotografici hanno molto spesso usi differenti nella fotografia digitale e potrebbero far parte delle attrezzature da portarsi sempre dietro. 

Tra le attrezzature possiamo trovare le lenti polarizzate per ridurre il bagliore e per aumentare la saturazione, o semplicemente dei filtri UV per aumentare la protezione delle lenti. L’obbiettivo di questo capitolo è quello di familiarizzare con uno di questi filtri che non possono essere riprodotti usando delle tecniche di editing digitale. I problemi comuni e gli svantaggi e le dimensioni dei filtri sono discussi sotto.

martedì 13 settembre 2011

manuale alla fotografia digitale: 4.1.4 Influenza dell’apertura focale o f

La gamma di aperture disponibili in un obiettivo si riferisce a quanto è possibile aprire o chiudere l’iride dell’obbiettivo e quindi alla quantità di luce che può o meno entrare nello stesso. Le aperture che sono elencate in termini di f-stop, descrivono, l’area di raccolta della luce (raffigurato sotto).

Nota: Questi valori sono indicativi,
l’apertura focale è raramente un cerchio perfetto.
Si noti che le aperture del diaframma più grandi sono definite con valori di f bassi (spesso ciò crea molta confusione). Questi due termini sono spesso erroneamente scambiati, nel resto di questo manuale ci si riferisce alle lenti in termini di dimensione di apertura. Lenti co più n grandi aperture sono anche descritte come “più veloci”, perché per una data velocità ISO, la velocità dell'otturatore può essere maggiore ottenendo la stessa esposizione. Inoltre, un diaframma più piccolo significa che gli oggetti possono essere messi a fuoco su una gamma più ampia di distanza, un concetto chiamato profondità di campo.



Quando si sta valutando l'acquisto di un obbiettivo, si deve guardare il massimo (e forse anche minimo) tra le aperture disponibili. Obiettivi con una gamma più ampia di impostazioni di apertura garantire una maggiore flessibilità artistica, sia in termini di opzioni di esposizione che di profondità di campo. L'apertura massima è forse la cosa più importante da controllare (spesso è indicato sulla confezione con lunghezza focale [s]).


Un numero di f X può anche essere visualizzato come 1: X (al posto di F/X), come illustrato di seguito per l'obiettivo Canon 70-200 f/2.8 (la cui scatola è anche mostrato in precedenza f / 2,8).



Se si vuole fare un ritratto o una fotografia sportiva, in un teatro o comunque all’interno, è sempre meglio avere lenti con aperture massime di grandi dimensioni, per essere capaci di una profondità di campo più ristretta o una velocità dell'otturatore maggiore. La ridotta profondità di campo in un ritratto aiuta a isolare il soggetto dal background (sfondo). Per le fotocamere reflex digitali, obiettivi con aperture massime più grandi offrono significativamente immagini più luminose - eventualmente possono essere critiche per la notte o una fotografia con scarsa illuminazione. Spesso hanno una messa a fuoco automatica più veloce e accurata in condizioni di luce scarsa. La messa a fuoco manuale è anche più facile perché l'immagine nel mirino ha una profondità di campo più ristretta(rendendo così più visibile quando gli oggetti entrano o no fuori messa a fuoco).



Le aperture minime per le lenti sono in genere neanche lontanamente importanti quanto aperture massime. Ciò è dovuto soprattutto perché le aperture minime sono raramente utilizzate perché causano delle foto sfocate per colpa della diffrazione dell’obiettivo e perché queste possono richiedere tempi di esposizione eccessivamente lunghi. Per i casi in cui si voglia un’estrema profondità di campo e quindi minore apertura (numero f massimo) per consentire una più ampia profondità di campo. 
Infine, alcuni obiettivi zoom sulle reflex digitali e sulle fotocamere digitali compatte spesso elencano una serie apertura massima, perché questo può dipendere da quanto si stia usando lo zoom dell’obbiettivo. Questi intervalli di apertura, riguardano quindi solo la gamma di massima apertura, non quella complessiva. Una gamma di f/2.0-3.0 significa che l'apertura massima disponibile cambia gradualmente da f / 2,0 (senza l’utilizzo dello zoom) a F/3.0 (a pieno zoom). Il vantaggio principale di avere un obiettivo zoom con apertura massima costante è che le impostazioni di esposizione sono più prevedibili, a prescindere dalla lunghezza focale. 
Si noti inoltre che solo perché l'apertura massima di un obiettivo non può essere utilizzata, questo non significa necessariamente che questo obiettivo non vada bene. Lenti che in genere hanno un minor numero di aberrazioni quando eseguono l'esposizione si fermano uno o due f-stop dalla loro massima apertura (come l'utilizzo di f/4.0 su un obiettivo con apertura massima di f / 2,0). Si può quindi dire che se uno voleva una qualità fotografica migliore,  obbiettivi con il numero di f minimo di f/2.8, f/1.4 o f/2.0 possono produrre una foto superiore rispetto a un obiettivo con apertura massima di f / 2,8. 
Altre considerazioni includono costi, dimensioni e peso. Obiettivi con aperture massime più grandi sono in genere molto più pesanti, più grandi e più costosi. Il rapporto tra dimensioni e peso può essere critico per il trekking e la fotografia di viaggio, perché tutti questi utilizzano spesso obbiettivi più pesanti, o che richiedano di trasportare attrezzature per lunghi periodi di tempo.

venerdì 9 settembre 2011

manuale alla fotografia digitale: 4.1.3 Lenti grandangolari e lenti tele

Un obiettivo zoom è quell’obbiettivo in cui il fotografo può variare la lunghezza focale in un range predefinito, mentre ciò non può essere cambiato con un obiettivo con lunghezza focale fissa. Il vantaggio principale di un obiettivo zoom è che è più facile realizzare una serie di composizioni o di punti di vista (dato che non è necessario cambiare obbiettivo). Questo vantaggio è spesso critico per la dinamica del soggetto, come nel fotogiornalismo e nella fotografia per bambini. 
Tenete a mente che l'utilizzo di un obiettivo zoom non significa necessariamente che uno non deve più cambiare la sua posizione; lo zoom aumenta solo la flessibilità. Nell'esempio riportato di seguito, la posizione iniziale è mostrata con due alternative usando un obiettivo zoom.






Perché uno dovrebbe intenzionalmente limitare le loro opzioni usando un obiettivo fisso? Le lenti fisse esistevano molto prima che gli zoom fossero disponibili, e ancora offrono molti vantaggi rispetto alle controparti più moderne. Quando gli zoom sono arrivati sul mercato, uno spesso doveva essere disposto a sacrificare una quantità significativa di qualità ottica. Tuttavia, adesso, gli zoom di fascia alta generalmente non producono qualità d'immagine nettamente inferiore, a meno che non vengano controllati da un occhio allenato (o in una stampa di grandi dimensioni). 
I principali vantaggi delle lenti fisse sono in termini di costi, peso e velocità. Un obiettivo economico fisso può fornire generalmente una buona (o migliore) qualità d’immagine come un grande zoom. Infine, le lenti migliori offrono quasi sempre una migliore capacità di raccolta della luce (massima apertura) rispetto a un più veloce zoom spesso critico per gli sport con luce scarsa o per fotografia di teatro e quando una profondità di campo è necessaria. 
Per le fotocamere digitali compatte, gli obiettivi elencati mediante un 3x, 4x, ecc si riferiscono al rapporto tra la lunghezza focale più lunga e quella più breve. Di conseguenza, un maggiore zoom, non significa necessariamente che l'immagine può essere ingrandita di più (dal momento che lo zoom può solo avere un angolo di visuale più ampio quando è alla massima lunghezza focale). Inoltre, lo zoom digitale non è la stessa cosa di uno zoom ottico, in quanto lo zoom digitale aumenta l’ingrandimento in maniera artificiosa riducendo quindi notevolmente la qualità dell’immagine. 

mercoledì 7 settembre 2011

Cortometraggio

Tra un capitolo e l'altro del manuale e foto in giro, si creano anche dei video!
Buona visione

venerdì 2 settembre 2011

manuale alla fotografia digitale: 4.1.2 Lunghezza focale e foto senza cavalletto

La lunghezza focale di un obiettivo potrebbe anche avere un impatto significativo su come è facile realizzare una fotografia nitida senza l’utilizzo di un cavalletto. Lunghezze focali più lunghe richiedono tempi di esposizione più brevi per ridurre al minimo la sbavatura causata da una mano incerta. Pensate a questo come se si cercasse di mantenere un puntatore laser costante, quando il puntatore punta ad un oggetto vicino, il suo punto luminoso si muove di meno rispetto a che si punti ad un oggetto lontano.


Ciò è dovuto soprattutto alle leggere vibrazioni di rotazione che vengono ingrandite notevolmente con la distanza.


Una regola comune per stimare la velocità dell'esposizione per una determinata lunghezza focale è la regola più della lunghezza focale. Questo indica che, per una fotocamera 35 mm, il tempo di esposizione deve essere almeno come la lunghezza focale. In altre parole, quando si usa un 200 mm di focale su una fotocamera 35 mm, il tempo di esposizione deve essere di almeno 1 / 200 secondo - altrimenti l’offuscamento può essere difficile da evitare.
Tenete a mente che questa regola è solo un'orientamento di massima, alcuni potrebbero essere in grado di tenere la mano ferma per tempi molto più lunghi o più brevi di queste stime. Per gli utenti di fotocamere digitali con sensori ridotti, si ha la necessità di convertire in una lunghezza focale equivalente a 35 mm.