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sabato 12 novembre 2011

Anche e soprattutto in fotografia c'è poesia

Il lampione
ti guardo,sei triste e solo,a volte muori,poi qualcuno ti rimette in vita,non mollare mai.Te non sai,illumini la mia stanza,l'unica luce rimasta,non andar via anche te.
Sarzana Pentax k-5

La sera
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera
Le Grazie - SP Pentax k-5

mercoledì 9 novembre 2011

Scattando qua e la

Ultimi sprizzi d'estate si possono vedere ancora per poco. L'autunno e infine l'inverno giungeranno alle nostre porte in poco tempo. Godiamoci il poco che ci è rimasto, prima che l'inverno giunga alle porte.
Queste prime due foto sono state scattate nei pressi di Chiavari in Liguria.



Toscana, un fiore solitario si aggira nel boschetto... Bisogna assolutamente catturarlo!


Per non parlare dell'acquario di Genova? All'interno possiamo trovare questa piccola oasi piena di fantastici Colibrì. Fotografarli non è facile, sono piccolini e la loro testa si ferma ben poche volte, però eccolo qua!


lunedì 7 novembre 2011

Manuale alla Fotografia digitale: 6.6 Appendice - Profondità di campo

Eppure avevo capito durante i miei anni di studio su questa "tecnica". Diaframma aperto uguale sfondo sfocato. È così lontano nella memoria il tempo in cui avevo iniziato ad armeggiare con la mia reflex e non mi ricordo cosa sbagliassi.
Forse non aprivo abbastanza il diaframma, forse non avevo un obiettivo poco luminoso o forse sbagliavo a puntare la messa a fuoco. Più semplicemente non avevo ancora compreso che la fotografia è un connubio tra arte e tecnica. L'una senza l'altra non è nulla.
Controllare la profondità di campo, significa però anche controllare il numero di elementi messi a fuoco nella nostra fotocamera.
Dato il soggetto ripreso, su cui è puntato il sistema di messa a fuoco della fotocamera, si tratta solo di decidere quanti elementi più vicini e più lontani sono messi a fuoco.
La distanza tra l'elemento più vicino e quello più lontano è la profondità di campo.
Facciamo un esempio pratico. La foto scattata qua sotto è stata scattata con una focale chiusa (f-8). Come si può notare questa foto ha una profondità di campo abbastanza elevata (certo, si poteva fare molto meglio, è una foto scattata di prova...). 


In questa foto, invece, è stata utilizzata una focale aperta al massimo (f-1.7), come potete notare, in questa foto, l'utilizzo di una focale così aperta ha dato risalto ai piccoli particolari che altrimenti sarebbero stati facilmente ignorati.


La scelta della profondità di campo, aiuta molto nell'effetto creativo che vogliamo dare alla nostra fotografia.

Il controllo della profondità di campo dipende da 3 fattoli principali:
  • Diaframma aperto (numeri di f piccoli)
  • Piccola distanza tra fotocamera e soggetto
  • Grande lunghezza focale dell'obiettivo (vedi obiettivo tele) oppure obiettivi macro.

La profondità di campo è l'intervallo al cui suo interno tutto risulta a fuoco. L'obiettivo della fotocamera viene messo a fuoco su un particolare piano della scena inquadrata e, per un tratto verso il fotografo e per un tratto verso lo sfondo, gli oggetti presenti rimangono a fuoco. Oltre questi limiti, la messa a fuoco degrada gradualmente.

Circolo di confusione

Il circolo di confusione è il piccolo cerchio della stessa forma del diaframma che viene proiettato dal sistema di lenti sul piano della fotocamera verso il nostro sensore (o pellicola nel caso utilizzassimo una fotocamera analogica).
I punti sul piano di messa a fuoco e quelli all'interno della profondità di campo sono talmente piccoli da essere per l'appunto percepiti come punti, man mano che ci allontaniamo da questa distanza, i punti diventano sempre più grandi.


La distanza iperfocale 

La distanza iperfocale è la distanza tra l'obiettivo e la distanza di messa a fuoco che consente di ottener a la maggiore profondità di campo con una data apertura di diaframma e di lunghezza focale.
Quando l'obiettivo è messo a fuoco sulla distanza iperfocale, la profondità di campo si estende sulla metà della distanza iperfocale stessa fino all'infinito.


Adesso che abbiamo un'infarinatura di base, proviamo a vedere i concetti un po' più nello specifico.
Parlando di profondità di campo ci si è fermati al suo concetto generale ma non si è approfondito come questa viene calcolata e se è possibile definirla prima di scattare. Per dipanare questa matassa bisogna introdurre il concetto di distanza iperfocale, è la minima distanza del punto di messa a fuoco, che ad una determinata apertura di diaframma, permette di ottenere una profondità di campo infinita; dall’altro lato il punto più vicino alla macchina che rimane ancora a fuoco è pari alla metà della distanza iperfocale. (Vedi quello scritto sopra per la spiegazione più dettagliata).
In parole povere se con un 50 mm ad f-16 la distanza iperfocale è 5,2 metri, focheggiando a questo valore la zona di nitidezza si estenderà da 2,6 metri fino all’infinito. La fotografia paesaggistica si sviluppa proprio intorno alla distanza iperfocale. Come si arriva a definire questi valori lo si ricava dalla seguente formula: 



Dove:
f: lunghezza focale;
F: valore di diaframma;
C: diametro circolo di confusione;
A: distanza dal soggetto;
N.B. Il tutto è calcolato in metri.


Si può ora capire che se può essere agevole calcolare la distanza iperfocale quando si è in cima ad una montagna, comincia a diventare meno immediato dover fare i conti sulla profondità di campo, motivo per il quale è stato segnalato il programma freeware dedicato. A partire da queste formule è possibile determinare da dove e per quanto si estenderà la profondità di campo. 
Per gli amanti delle diatribe digitale vs pellicola una domanda che ci si può porre è perché il digitale schiaccia tra loro i piani immagine più di quanto faccia la pellicola? Ciò si traduce in una maggiore difficoltà nel produrre un buono sfuocato. La risposta va ricercata nel fatto che il sensore delle digitali è più piccolo del negativo 35 mm. il rapporto di ingrandimento che ne consegue è artefice di questo effetto ma il calcolo della profondità di campo si effettua esattamente nella stessa maniera, il concetto di circolo di confusione ovviamente non cambia. 
Visto che proprio quest’ultimo è un parametro indipendente che può scegliere il fotografo si riportano di seguito diversi diametri che possono essere usati per calcolarsi la propria profondità di campo a seconda delle dimensioni della stampa. 

• 0.03mm standard utilizzato per le stampe di medio bassa qualità;
• 0.025mm usato per la stampa di poster
• 0.02mm livello professionale (anche diapo)
• 0.01mm valore utilizzato per testare pellicole, sensori e lenti ( 100 lp/mm=0.01mm).

domenica 6 novembre 2011

Manuale alla fotografia digitale: 6.5 Istogrammi

In breve: 
La teoria dietro l'istogramma
L’istogramma RGB di una foto digitale non è altro che una rappresentazione grafica di quanta luce hanno “catturato” i fotosensori della fotocamera e conseguentemente quanto luminosi (per i tre canali rosso, verde, blu) sono i corrispondenti pixel dell’immagine digitale. In sintesi, serve a rappresentare indirettamente come la luminosità si distribuisce nella scena fotografata.
Come si calcola tutto questo? Ogni pixel viene creato dalla combinazione dei tre canali RGB, ciascuno dei quali può assumere un valore variabile tra 0 e 255 (assumiamo per comodità di lavorare con immagini a profondità colore di 8 bit). Valutando l’istogramma di un singolo canale dobbiamo immaginare che l’asse orizzontale vada da 0 a 255 (dall’assenza di quel colore alla sua piena “luminosità”) e che per ognuno di questi valori in verticale ci sia una indicazione di quanti pixel dell’immagine effettivamente lo “possiedono”. L’istogramma RGB complessivo si basa sullo stesso principio, ma applicato alla somma dei valori R, G e B: mira quindi a dare una indicazione della distribuzione della luminosità totale (su tutta la gamma delle frequenze luminose) della scena.
In realtà non riesce del tutto correttamente in questo compito, come spieghiamo più avanti, ma la rappresentazione dell’istogramma RGB è comunque sufficiente per le esigenze più comuni.
Dopo aver parlato di tempi e diaframmi chiudiamo questo primo approccio all’esposizione affrontando gli istogrammi. Quest’ultimi sono i grafici che riportano la distribuzione dei livelli di luminosità. Rappresentano i valori che vanno da 0, ombra assoluta, a 255, luce assoluta; tra questi due valori prendono posto le ombre, i mezzitoni e le luci. Valutare l’esposizione di una foto tramite istogramma è un metodo più sicuro, anche se meno intuitivo, che farlo tramite schermo lcd della macchina. Approssimando molto le cose si può dire che un'esposizione corretta viene rappresentata da un istogramma che copra tutti i valori di luminosità con una distribuzione che ricorda il profilo di una catena montuosa.

Una foto sottoesposta sarà invece rappresentata da una coda sulla destra, mancano le componenti chiare dell’immagine.



Una foto sovraesposta sarà un picco a destra oppure una profonda valle tra due picchi appuntiti, mancano le informazioni relative alle ombre.



Valutare in questo modo gli istogrammi è veritiero quando ci si trova in condizioni standard, quando stiamo riprendendo una scena con una buona distribuzione di luci, ombre e mezzi toni.
Capita spesso di fare foto corrette con una forte percentuale di ombre, di luce oppure con il soggetto molto contrastato rispetto allo sfondo, allora l’istogramma potrà sembrare strano, come se si fosse esposto in modo scorretto; attenzione, non tutti i 255 valori di luminosità danno sempre un contributo discreto! Verifichiamolo attraverso un esempio:



Questa foto della luna, visualizzata tramite Photoshop è affiancata dal proprio istogramma ottenuto tramite il comando Livelli, guardando l’immagine noterete immediatamente che lo sfondo è scuro, nero, un’ombra piena. Difatti, in corrispondenza del valore zero è presente un picco estremamente appuntito, indica che la foto possiede una percentuale molto elevata di quel valore di luminosità, o se vogliamo giocare sulle parole, “una percentuale molto elevata di quel valore d’ombra”!! 
E’ presente una discreta distribuzione di mezzi toni ma mancano pressoché totalmente le alte luci, se dovessimo valutare l’istogramma senza sapere a quale condizione è riferito si direbbe che la foto è stata sottoesposta e che le ombre sono state bruciate. In realtà l’esposizione è corretta, il fondo scuro spiega lo spike in corrispondenza delle ombre, le alte luci mancano poiché la luna riflette la luce praticamente come il grigio neutro al 18%; per esporre correttamente è bastato seguire la regola del 16: a 100 iso, f-16 ed il tempo di 1/100.
Come regola generale è bene evitare che l’istogramma della foto presenti delle code, uno dei primi passi da effettuare in post-produzione è proprio quello di tagliare queste code tramite il comando livelli, quello che succede è che si riduce la gamma dinamica dell’immagine, spesso questo è impercettibile ed anzi, migliora la qualità della foto aumentandone il contrasto ma è bene non abusarne per non incorrere nella posterizzazione. L’istogramma di una foto cui siano stati modificati i livelli di luminosità e contrasto è facilmente identificabile, per semplificare le cose si può dire che diventi più rado:



Confrontate con l’immagine precedente e notate l’aumento del contrasto. Le code sono state tagliate, il valore di luminanza di destra viene normalizzato a 255, quello di sinistra viene normalizzato a 0, l’immagine ha perso parte delle proprie sfumature. 
Anche se verificare la foto visualizzandola sull’LCD può sembrare più comodo, è bene imparare ad interpretare l’istogramma poiché restituisce delle informazioni dettagliate che non avremmo modo di ottenere tramite un piccolo schermo da due o tre pollici affetto dai disturbi derivati dalla posizione e dalla luce ambiente. 
In conclusione, un esercizio utile per rendersi conto del limite al quale ci si può spingere è quello di fare diversi scatti dello stesso soggetto variando la profondità di campo oppure cercando di utilizzare tempi di scatto sempre più lunghi. Utilizzate l'istogramma per verificare l'esposizione ed esercitatevi a scattare a mano libera cercando di ridurre il mosso ed il micromosso.


Piccolo inciso, per chi vuole approfondire. 

Giova (con nostalgia) a tal proposito ricordare che il Sistema Zonale di Ansel Adams prevede undici zone con differenti valori di luminosità in una qualsiasi situazione ci possiamo trovare a fotografare, che sia una spiaggia sotto il sole o il palcoscenico di un teatro, ossia i differenti valori di luminosità possono essere limitati in un intervallo di circa 10 STOP o livelli, ed ogni stop ha luminosità doppia rispetto al precedente. 

Nessuna pellicola riesce a coprire questa gamma dinamica, come è percepita dall'occhio umano, in quanto una buona pellicola b/n ha una Gamma Dinamica che riesce a coprire circa 7 livelli, mentre generalizzando circa 5 ne copre la Gamma Dinamica del sensore digitale (tranne rari casi, che fanno sì che ritrattisti e paesaggisti ad esempio preferiscano la lenta Fuji S3 o S5...). 

Le undici zone del sistema zonale sono: 

Zona 0 
Nero pieno nella stampa; base della pellicola più il velo 

Zona I 
Nero non strutturato: soglia di esposizione del negativo 

Zona II 
Nero strutturato 

Zona III 
Tessuto nero in cui siano visibili le pieghe 

Zona IV 
Ombre nei paesaggi illuminati dal sole e nei ritratti; fogliame scuro 

Zona V 
Grigio medio: cartoncino grigio neutro al 18% 

Zona VI 
Toni della pelle bianca media; ombre sulla neve illuminata dal sole 

Zona VII 
Pelle chiarissima; neve in luce radente 

Zona VIII 
Toni chiari ancora differenziati 

Zona IX 
Bianco non strutturato. Sulla stampa può apparire indistinguibile dalla zona 10 

Zona 10 
Bianco assoluto: base della carta fotografica 

Questi sono idealmente i 5 stop coperti dal sensore e l'istogramma ci mostra come i vari toni, dal nero corvino (0) al bianco chiarissimo (255), contengano informazione, in base a quanto è 'alta' la curva. 

Sono la forma e la posizione dell'istogramma che ci dicono se una fotografia è stata eseguita con una giusta combinazione tempo/diaframma per renderla correttamente esposta: idealmente dovrebbe essere ben centrata, con i valori che scendono gradualmente verso le due estremità. Un istogramma come questo mostra che ombre e luci sono disposte armoniosamente all'interno delle capacità del sensore a questa esposizione. 
Se avete un istogramma schiacciato verso sinistra, verso lo 0, questo indica una predominanza dei toni scuri, ossia una sottoesposizione. I picchi all'estrema sinistra mostrano che i dettagli in ombra sono persi (ombre chiuse). Il problema può essere risolto aumentando l'apertura del diaframma o aumentando i tempi di esposizione. 
Viceversa un istogramma schiacciato verso destra indica un'immagine troppo chiara, sovraesposta. Non vi sono picchi all'estrema sinistra, il che indicherebbe una bruciatura delle alte luci, ma questa non è l'esposizione ideale. Si può rimediare chiudendo il diaframma o usando un tempo più rapido. 
Fin qui l'analisi viene effettuata in macchina al momento della valutazione dell'esposizione. 
In camera chiara, qualsiasi software di fotoritocco può gestire l'istogramma per correggere l'esposizione ed il contrasto dell'immagine (in PhotoShop la finestra di dialogo Livelli).
In questo caso l'immagine non ha una gamma tonale completa, l'istogramma  si spegne al livello 240 circa. 
trascinando i cursori in questi punti si corregge l'esposizione e si otterrà un'immagine migliore e più contrastata. 
Il cursore centrale sotto l'istogramma può essere usato per schiarire e scurire i mezzitoni nell'immagine, anche se per quest'azione si ha un maggior controllo ed efficacia utilizzando la regolazione Curve. Con l'istogramma della finestra livelli, oltre che un istogramma generale RGB si possono valutare gli istogrammi per ciascun canale colore (rosso, verde, blu), andando a correggere i quali si potrà anche regolare leggermente il bilanciamento del colore. 
Infine può risultare utile in alcuni casi lo strumento contagocce presente nella finestra Livelli di PhotoShop, che può essere usato (con accortezza) per definire il punto di bianco, il punto di nero o il grigio medio.

venerdì 4 novembre 2011

Manuale alla fotografia digitale: 6.4: La profondità di campo


Attraverso la formula che verrà riportata in fondo a questo capitolo si può calcolare il più vicino punto nitido ed il più distante, che potrà spesso arrivare all’infinito; sempre in fondo al capitolo si farà un breve approfondimento per chi è già pratico nell’uso dei diaframmi, per il momento vi basti sapere che piccoli valori f si traducono in una ridotta profondità di campo, mentre grandi valori f aumentano la profondità di campo. Gli obiettivi a focale fissa riportano incisa sul barilotto una scala graduata calibrata su 30 lp/mm che permette di valutare i metri di profondità di campo ad una data apertura. Gli obiettivi zoom, proprio a causa della variabile data dalla focale mobile non riportano questa scala, starà quindi al fotografo fare i dovuti conti.
Una credenza comune è che obiettivi grandangolari abbiano una maggiore profondità di campo dei teleobiettivi, in realtà, a patto di inquadrare il soggetto in modo che occupi la stessa superficie di inquadratura la profondità di campo non varia; la variabile che permette questa compensazione è la distanza dal soggetto, passando da un grandangolo ad un tele, per poter inquadrare nella stessa maniera bisogna infatti allontanarsi dal soggetto.

Utilizzando un diaframma aperto si ottiene un foro del diametro equivalente pari alla lunghezza focale/valore f, maggiore è il diametro del foro equivalente, maggiore sarà la luce che potrà passare e di conseguenza, per esporre correttamente si userà un tempo breve; questo fa si che solo il piano di messa a fuoco sarà impressionato in modo nitido mentre gli altri piani non avranno il tempo di fissarsi sul sensore e definire tutti i propri dettagli, il che si traduce nella sfocatura.

Utilizzando un diaframma chiuso, il foro equivalente diminuisce il proprio diametro e fa passare meno luce, per esporre correttamente bisognerà usare tempi più lunghi; a questo punto sia il piano di messa a fuoco che i piani limitrofi avranno il tempo di impressionare il sensore arricchendolo dei dettagli che li caratterizzano, il campo di nitidezza aumenta, si dice che diventa più profondo.

L'uso consapevole della profondità di campo permette di includere od escludere uno o più elementi dall'inquadratura, pilotando l'attenzione dell'osservatore:


Le finestre di una casa riflesse nel vetro ricurvo di un’automobile parcheggiata davanti all’edificio, appaiono distorte all’interno del triangolo formato dal parabrezza stesso. La forma triangolare non si percepisce immediatamente, ma è la struttura in cui sono organizzati tutti gli elementi, come la ripetizione di linee e rettangoli e le bande di luce e ombra. Lo schema triangolare compare spesso in scene con linee parallele che sembrano incontrarsi, come nei margini di una strada o le rotaie di una linea ferroviaria che con ‘allontanarsi dell’orizzonte sembrano stringersi. Questo è un modo per comunicare efficacemente il senso di profondità e distanza in un’immagine.

Nelle due riprese dell'etna viene esemplificato come la stessa coppia tempo-diaframma possa concentrare l'attenzione dell'osservatore sulla texture del primo piano oppure renderla la cornice del secondo piano; questo si ottiene con una bassa profondità di campo ed attraverso la scelta dell'opportuno punto di messa a fuoco.Una buona linea guida è quella di utilizzare diaframmi aperti nella fotografia di ritratto e diaframmi chiusi in quella paesaggistica: la scelta è dettata dal fatto che nel ritratto si vuole concentrare l'attenzione sulla persona escludendo il contorno, lo sfondo.







Nella fotografia di paesaggio al contrario si vuole la massima nitidezza, più dettagli possibili, la maggiore profondità di campo che si ha a disposizione. Altri campi in cui è necessario valutare bene la profondità di campo sono sicuramente la macrofotografia e la fotografia naturalistica: nel primo caso le piccole distanze di messa a fuoco obbligano al corretto posizionamento della fotocamera rispetto al soggetto ed il rischio di ottenerne delle parti fuori fuoco deve far riflettere sull'utilizzo della massima apertura come una situazione critica da gestire con molta attenzione; nel secondo caso l'uso di teleobbiettivi molto spinti aumenta la percezione dello sfuocato e di conseguenza bisognerà cercare di diaframmare almeno da f-8 in su in maniera da ottenere tutte le parti del soggetto correttamente a fuoco.